Perchè restare in Afghanistan se i cristiani
sono condannati a morte?
Il
“caso Rahman” non è affatto risolto.
Innanzitutto
perché membri del Consiglio degli Ulema dichiarano: “chiederemo alla gente di farlo a pezzi”. “Quale che sia la
decisione della corte – ha detto ad ‘Asia Time’ Ahmad Shah
Ahmad Zai, che è stato
primo ministro ad interim nel 1996, prima dell’avvento dei talebani
- c’è accordo generale tra gli studiosi, dal nord al sud, dall’est all’ovest
dell’Afghanistan, che Rahman deve essere
giustiziato”.
In secondo luogo perché la soluzione di compromesso che il governo Karzai cerca di dare al problema, per scongiurare l’assassinio,
è comunque vergognosa.
Solo
per viltà e ipocrisia possiamo farcela piacere.
Com’è noto Abdul Rahman è l’uomo di 41 anni che – dall’Islam – si è
convertito al cristianesmo.
In base alla legge coranica, la sharia
(che è fonte del diritto anche nell’Afghanistan “liberato”), chi lascia l’Islam
è “apostata” e quindi merita la pena capitale.
Così le autorità giudiziarie afghane l’hanno
arrestato e gli hanno imposto di abiurare la fede cristiana.
Quando
lui ha risposto che non rinnega Cristo (“se dovrò morire morirò. Qualcuno,
molto tempo fa, lo ha fatto per tutti noi”) è stato condannato a morte.
La notizia è filtrata in Occidente, c’è stata la sollevazione di molti governi,
il Papa ha personalmente chiesto al premier Karzai di
graziare l’uomo e per questa pressione internazionale le autorità afghane sembrano intenzionate a “risolvere” il caso facendo
finta che l’uomo sia pazzo.
Diversamente
da come fanno credere i media non è affatto una
soluzione indolore perché comunque l’uomo perde (e per sempre) la sua famiglia
(probabilmente non rivedrà più i figli) e viene cacciato fuori del suo Paese,
condannato a vivere da esule braccato.
Inoltre resta aperto il problema per diversi altri afghani che – di nascosto – si sono convertiti al
cristianesimo e oggi si sentono braccati (filtrano notizie di qualche caccia
all’uomo e nuovi arresti).
In
sostanza resta del tutto aperta, drammaticamente, la questione di principio:
nel “nuovo” Afghanistan non è permessa la prima delle libertà umane, la libertà
di coscienza.
Abdul Rahman, in barba a
chi vuole farlo passare per matto, ha perfettamente centrato il problema e ha
pronunciato parole che dovrebbero seriamente far riflettere i paesi occidentali
(come l’Italia) che hanno partecipato alla “liberazione” dell’Afghanistan: “se fuggissi significherebbe che il mio Paese non è cambiato,
che hanno vinto loro, i nostri nemici, senza diritti umani, senza rispetto di
tutte le religioni, hanno vinto i talebani”.
Ha
perfettamente ragione. A questo punto bisogna chiedersi: che senso ha essere
andati a combattere una guerra per liberare un Paese da una dittatura spietata,
continuare a mantenere là delle truppe e addirittura finanziare il “nuovo”
Afghanistan, se poi questo stato adotta ancora la sharia
come fonte del diritto e non riconosce la prima delle libertà, cioè la libertà
di credere a una fede diversa dall’Islam?
Cosa ci facciamo ancora in Afghanistan, come Italia e come Occidente?
Non è un assurdo dispendio di mezzi e soldi oltreché
di vite umane dei nostri soldati?
Veramente ci si può illudere di aver liberato l’Afghanistan tenendo in piedi un
governo che controlla Kabul e poco altro e lo fa lasciando dominare ancora la
vecchia cultura talebana?
Oltretutto,
anche per quanto riguarda le donne, a Kabul sono ancora invisibili (chiuse in
casa o sotto il burka).
Non rischiamo di aver imposto un “governo
fantoccio” se sulla carta è stata scritta una nuova costituzione che guarda
all’occidente, ma poi la legge del Paese è ancora e sempre la legge islamica?
Davvero
crediamo che abbia un futuro un “nuovo” Afghanistan dove non si fa nulla per spazzare
via l’oscurantismo talebano che poi è – purtroppo –
l’intolleranza islamica tout court?
Perché
infine - bisogna pur dire la verità – il divieto di
abbandonare l’Islam, il divieto di convertirsi al cristianesimo riguarda tutto
il mondo islamico, compresi i Paesi che noi definiamo “moderati”.
E addirittura gli ex musulmani che qua in
occidente si sono convertiti al cristianesimo rischiano.
Non solo vengono
rinnegati dalle famiglie, ma spesso sono fatti oggetto di minacce.
Gli stati democratici occidentali dunque devono anche impedire che sul loro
stesso territorio venga applicata una legge (violenta
e intollerante) in totale contrasto con le nostre Costituzioni.
Il fatto che perfino qua in Occidente chi
decide di passare dall’Islam al cristianesimo debba temere per la sua
incolumità la dice lunga sulla sottovalutazione del pericolo islamico.
Perfino alcuni ecclesiastici cattolici – come dimostrano dei libri che
raccolgono storie di convertiti – spesso, invece di aiutare chi vuole
abbracciare il cristianesimo, si mostrano infastiditi, venendo meno in modo
scandaloso alla propria missione e tradendo i propri doveri.
Su
cosa debbano fare
Su
cosa debbano fare gli stati democratici, a partire dall’Italia, penso che ci si
debba seriamente interrogare. Di certo hanno il dovere di chiedere il
riconoscimento dei diritti umani primari, a cominciare dalla libertà di
coscienza, in tutti i Paesi. Soprattutto nel caso della Turchia, Paese di 70
milioni di abitanti, in gran parte musulmani, che vuole entrare nell’Unione
europea, l’Europa ha il dovere di esigere che la libertà di coscienza e la
libertà religiosa, siano non soltanto riconosciute sulla carta, ma anche
concretamente, nella vita sociale e civile.
Ma un
altro caso concreto è proprio l’Afghanistan.
Il
nuovo governo non ha alcun futuro se coraggiosamente non intraprende un’opera
di civilizzazione che estirpi l’intolleranza religiosa e la violenza.
Non ha senso che la comunità internazionale sperperi là i suoi soldi e occupi
le sue truppe, se non si sostiene una grande campagna di libertà. Non si tratta
di “colonizzare”. Si può aiutare la crescita di quel Paese diffondendo un Islam
che rifiuta – per esempio – il delitto di “aspostasia”
e la segregazione delle donne (sono correnti molto minoritarie, ma pur sempre
riferite alle fonti coraniche).
Inoltre è il caso di chiedere vigorosamente alle comunità islamiche presenti
nei nostri Paesi, che godono della libertà giustamente riconosciuta a tutte le
religioni, di far sentire la loro voce rivolta ai loro paesi islamici perché
anche là venga rispettata la libertà di coscienza.
Il “caso Rahman”
insomma non è affatto chiuso. E’ più aperto che mai. Se chiudiamo gli occhi
temo che il futuro ci riservi brutte sorprese.
Fonte: © Libero - 28 marzo 2006