Teresa, il sorriso di Dio

Madre Teresa di CalcuttaNon dispiace per lei: in fondo di qui o di là, cielo e terra, per lei sono sempre stati lo stesso Paradiso. Nelle fogne di Calcutta, piena di dolori e di acciacchi, sacco d'ossa macilente, accompagnava i moribondi dall'altra parte della morte. Morivano felici (lo so, l’ho visto). È stato così per lei, che ha ringraziato Dio come sempre, anche per la sua agonia. Non ha nulla di che protestare, lei: Gesù lo vedeva prima e - così pare - lo vede adesso. No, non dispiace per lei, ma dispiace per noi devo dire che dispiace per me. Ha tenuto molte mani tra le sue, che erano secche, piene di calli: me le ricordo bene. Ti guardava, e tra miliardi di poveri uomini in quel momento esistevi solo tu, il tuo bisogno banale eppure unico: credo che così guarda Dio, vedeva te, proprio te, e capivi che non era una vita buttata via, la tua; proprio la tua vita era positiva qualunque rimorso o tristezza ti portassi dietro, essa aveva un destino buono.

Si poteva vivere, si poteva morire, ma ecco, non eravamo destinati alla gola riarsa del Niente, non pezzi di carne per la spazzatura cosmica. Era così evidente. Lo capivano tutti: poveri e ricchi. Adesso ci assicurano che dall'aldilà si darà un sacco da fare. Che il suo potere di amare si è ancora ingigantito. Ma quelle rughe lì, finiranno troppo presto sotto terra. Sì, era vecchia, 87 anni: ma aveva penne di giovane aquila, portava in alto molte carcasse, tra cui forse la sua, di certo la mia.

L'incontro con il Papa

Va be', abbandoniamo la vena della commozione, andiamo alle cose, andiamo in India. E prima in Albania, dov'è nata nel 1910. Una certezza? La faranno santa molto in fretta. San Tommaso d'Aquino ci mise due anni. Batterà questo record. Ero sull'aereo che da Bombay portò il Papa a Napoli, quando Giovanni Paolo II disse che era potuto andare in India grazie a "una santa, Madre Teresa", informale canonizzazione in vita (ed era il 10 febbraio del 1986).

Per raccontare la sua vita, e la sua figura, bisogna partire proprio dall'incontro con Papa Wojtyla a Calcutta, il 3 febbraio di dieci anni fa. A quel tempo, Madre Teresa è già stata proclamata premio Nobel per la pace. È famosa, e talvolta la sua immagine sembra confezionata per i mass media, come réclame di una bontà troppo mielata. Così pensava il gruppone dei cronisti prima dell’evento. Ma se vai a Calcutta capisci chi è (chi era). Chi è a Calcutta dice chi è Madre Teresa (ahimè, chi fu). Lì si gioca la sfida: se Cristo non c'è a Calcutta non c'è proprio; se non vince a Calcutta, meglio incartarlo e rispedirlo al mittente celeste, è stato uno scherzo. Perché Calcutta è l’estremo confine della Terra. Le cifre non dicono niente. Trecentomila sui marciapiedi a viverci, e va bene. Un bambino su otto ha probabilità di essere un adulto in salute, ma tiri avanti. Su dodici milioni di abitanti almeno quattro milioni soffrono di tubercolosi la chiamano febbre rossa perché si sputa sangue. Ma un'invenzione geniale nasconde i malati: tutti i dodici milioni masticano il rosso frutto del betel, e dodici milioni sputano rosso. Negli slum si vive in dodici in cinque metri quadri invasi da liquami. Questo si legge. Ma questo non dice niente di Calcutta. Perché pensi di trovare a Calcutta la nera morte (Calcutta deriva il nome dalla diva Kali, signora della morte dalle dieci braccia) e in effetti trovi la maestà della morte. Ma poi scopri che sei tu che sei morto, sei tu ad aver bisogno di Calcutta. Perché lì è accaduto qualche cosa. Una presenza che capovolge persino il senso di quelle cifre, addirittura ribalta la morte, un nucleo pazzesco di amore. Insomma, Madre Teresa.

Il Papa, arrivando nel pomeriggio del 3 febbraio, ha visto il marciume di Calcutta, e insieme una muffa come di resurrezione che cambia il colore di questo inferno trasfigurandolo.

L'inferno di Calcutta

Atterriamo e la prima scena è di un poliziotto che scarica colpi di bambù su un mendicante seduto a terra semplicemente perché non ha gambe, e prova ad avvicinarsi al Papa camminando sulle mani. È uno dei pochi tra i più poveri dei poveri (trecentomila storpi e lebbrosi) che non sia stato deportato in campagna per la circostanza della visita papale. Vediamo, addossata ai chilometri di transenne e di bastoni polizieschi, una folla pura, ma non so trovare altro aggettivo. Son magri, sbilenchi gli indiani e indossano vestiti della festa. Le donne sono bellissime, e si slanciano avvolte nei sari dai cinquemila diversi colori. E i bimbi tirati su a guardare quell'uomo bianco, l’amico di Madre Teresa.

Questa gente ha cominciato a dire sì a Madre Teresa nel 1952. Teresa era una suora qualsiasi, era albanese e si era fatta religiosa in una congregazione irlandese, che qui in India aveva come missione di educare le fanciulle. Insomma, insegnava in una scuola per ragazze ricche. Quel giorno del 1952, sotto l’uragano, Teresa scorge una vecchia sdraiata, che le acque stanno portando via. La prende tra le braccia. Non ha più i piedi quella donna: i topi glieli hanno sbranati. Teresa la porta all’ospedale. La rifiutano. La vecchia le muore in braccio. Un cane morirebbe meglio, meno solo. Teresa fa il diavolo a quattro con le autorità.

Il tempio di Kali

Il Comune le cede l’ospizio per i pellegrini della dea Kali. È una costruzione attaccata al tempio. Se vuole curare quelli che nessuno cura, vada lì con le sue suore, e vediamo come va.

È in quella costruzione che il 3 febbraio del 1986 è atteso il Papa. C'è sempre un velo di fumo azzurrognolo, lì vicino si bruciano i morti, il cielo è nero di corvi. Teresa accettò, in quel lontano 1952. E furono allora gli indù a fare il diavolo.

Nel lazzaretto trascina i moribondi per convertirli alla sua religione - urlano. E scagliano pietre contro le "missionarie della carità". Madre Teresa si butta in ginocchio, chiede che uccidano lei. Se ne vanno sconcertati, ma poi tornano. Madre Teresa ha la sua opera nel territorio della dea Kali, è uno scandalo. Finché accade l’imprevedibile. Il grande sacerdote del tempio di Kali, un pomeriggio che passava davanti alla foresteria, è come se sentisse le dieci braccia della diva spremergli le budella. Cade. La folla lo circonda. Nessuno lo tocca: ha il colera. Madre Teresa se lo prende in braccio. Lo cura, lo veglia. E il bramino guarisce. Grida: "Per trent'anni ho venerato una Kali di pietra. Ora venero una Kali in carne e ossa".

Quel tre febbraio, c'è anche il sacerdote, accanto a Teresa ad aspettare il Papa. I due come bambini si sporgono a vedere se arriva. Dietro di loro c'è il "Nirmal Hriday", la "Casa del cuore puro", ospizio per i moribondi abbandonati. Intorno, tra i corvi, volteggiano aquiloni e cervi volanti, straordinario gioco dei ragazzi di Calcutta, i quali tutti, anche i più poveri, cercano di far partire verso il cielo scarabocchi lievi e felici (non è già un segno di Paradiso questo?).

Il Papa avanza, bacia Madre Teresa, riceve la ghirlanda di fiori dal sacerdote. Può venire qui, ne ha il diritto, perché c'è lei. Che letizia: è pazzesco ma è così - nella casa della morte: essa infatti bacia la vita. Sui lettucci senza lenzuola ci sono sessanta persone. Il Papa li accarezza, dà loro della focaccia, li segna con la croce sulla fronte. C'è una lavagnetta con la scritta a gessetti colorati: "Entrati: 22. Usciti: 0. Morti: 4".

Vicina ai moribondi

In una stanzetta ci sono i morti. Essi non sono fatti sparire come nei nostri ospedali, sono come corpi di re destinati a un regno luminoso, e sono deposti come dei vincitori in uno stanzino pulito. In quel 1986 Madre Teresa aveva già accompagnato 22mila moribondi a morire nella compagnia di uno sguardo amoroso. Oggi sono diventati il doppio. E chissà a quanti, lei con le sue migliaia di suore silenziose e sfacchinanti, ha impedito che arrivassero a questo punto. Ha case in tutto il mondo, nei luoghi più disperati. Nei Paesi delle dittature sanguinarie lei attraversa il filo spinato. Ha saltato i muri della politica, quando arriva lei, passa. Anzi passava, purtroppo passava. Mi dimentico che è morta. L’Air India le forniva passaggi gratuiti. Ma lei ripagava la cortesia servendo gli ospiti e le hostess. Si vedono i fragranti frutti della sua testimonianza nelle vocazioni che sono sbocciate tra moltissime ragazze di tutto il mondo.

La sua misericordia

La si vede alla stazione Termini di Roma, hanno messo le tende persino in Vaticano per raccogliere i barboni che da quelle parti bussano, o anche se non bussano, ecco, ci sono loro, una coperta, un po' di minestra, il tè, una mano, specialmente una mano che accarezza. Roma, Mosca, L'Avana, Novosibirsk. Ma Madre Teresa di Calcutta è proprio Calcutta La vita che viene su dalla morte. I bramini, ancora poco prima del suo ultimo respiro, hanno venerato questa donna. Lei portava visibilmente, qualcosa di più del suo stesso amore: quella che i cristiani chiamano misericordia, che è ancora più grande del perdono, è qualcosa che non meritiamo e che ci viene donato, c'è di mezzo il Mistero. Ed è così grande e innaturale che pare un ingiustizia. Ma per fortuna c'è.

Prima di vederla a Calcutta, e di passare qualche ora con lei (il Papa non abbandonò mai la sua mano), l'avevo intervistata, ma avevo capito poco o nulla. Quando, dopo l’esperienza del "Nirmal Hriday", rividi Madre Teresa per nuove interviste, o semplicemente per chiederle dei consigli, le confidai un segreto che poi ho scoperto le hanno detto in molti: "Vorrei morire in un posto così, come uno dei suoi moribondi". Non so perché, anzi sì: lì mi pareva chiaro che la morte diventava quasi un sole e Dio si rendeva presente in modo visibile, nel sorriso di una vecchia mandata lì dal Destino.

L'ultima preghiera

E lei, spiritosa, mi rispose: "Eh sì l’hai capito anche tu. Lì stacchiamo biglietti per il Paradiso". Aggiunse: "Se ami Gesù però è bello ogni istante, non solo quello in cui si muore". L’ultima immagine che ho negli occhi di Madre Teresa è di lei, nella sua patria, in Albania. Alle sei del mattino (si alzava ogni giorno alle tre, adorava, ascoltava messa, non era affatto uno zuccherino con le sue suore: nelle riunioni era decisa, forse dura, l’amore non è molle) era già in giro per Tirana, sempre più piccola a ogni secondo, con quel suo rosarione tra le mani. Naturalmente pregava. Nel Medioevo avrei concluso così: Santa Teresa di Calcutta prega per noi. Ma forse abbiamo più bisogno adesso.

Tratto da Il Giornale 6 settembre 1997

 

 

 


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