Il
Giornale – sabato 17 aprile 2004
L’ISLAM
METTE IN
CROCE
Mi ha scritto – sconvolto - un membro della Lega italiana dei Diritti
dell’uomo segnalandomi il caso di un cristiano
sudanese che sarebbe stato crocifisso dal suo padrone musulmano. Giuseppe,
questo il nome della vittima, all’età di sette anni venne deportato e venduto
come schiavo al Nord del Paese. Lì pare abbia subito ogni sorta dl violenza e di abuso dal padrone
islamico per dieci lunghi anni in cui veniva apostrofato “schiavo nero” e
considerato meno di un animale.
Una domenica essendosi fermato a pregare da cristiano ha perduto un cammello, così il padrone furibondo ha preso Giuseppe, l’ha torturato e poi l’ha crocifisso a un tavolaccio di legno, con lunghi chiodi piantati nelle mani, nei piedi e nelle ginocchia. Il padrone ha anche voluto buttargli sulle gambe dell’acido perché soffrisse di più.
Il ragazzo è incredibilmente riuscito a sopravvivere a questo
martirio, ma riportando per sempre gravi menomazioni fisiche non era più abile
al lavoro. Così un’organizzazione umanitaria ha potuto riscattarlo e
riportarlo libero al suo villaggio cristiano. Non ho notizie dirette su questo
caso, ma purtroppo di storie così non c’è da sorprendersi. È nota la vicenda
di quattro catechisti sudanesi fustigati e poi crocifissi qualche anno fa per
non aver voluto tornare all’islam: ne parla il bel libro di Camille Eid, A morte in nome di Allah.
Neanche può stupire che in un paese islamico sia tuttora fiorente la
schiavitù. Sono infatti migliaia le donne e i bambini cristiani che da venti
anni vengono catturati dalle milizie islamiche nei villaggi del Sud e poi
venduti al Nord come schiavi. Sono sottoposti a ogni tipo di violenza. Solo
alcune organizzazioni di cristiani americani si occupano di loro e pagano
riscatti per liberarli. I Paesi europei, così sensibili al tema della pace,
sono stati finora sordi al dramma dei diritti umani.
Cosa fare? Certo, si può denunciare per l’ennesima volta su queste
colonne quella tragedia. Il Giornale, per
la sensibilità del suo direttore, è fra i rari organi di stampa italiani sempre
pronti a raccontare queste feroci persecuzioni. Ma poi? Non c’è qualcosa che
manca, qualcosa di insostituibile? Sì, manca la voce dei cattolici. Dove sono
finiti? Dov’è quella presenza forte e incisiva che ci si aspetterebbe dai
cattolici nel nostro Paese? In Italia sono di fatto, storicamente e
statisticamente (anche dal punto di vista elettorale, come ha dimostrato
Mannheimer), una componente non solo centrale, ma decisiva. Ma è come se -
nelle sue espressioni più vivaci - fosse scomparsa dalla vita pubblica.
La voce - questa sì forte e commovente - di Giovanni Paolo II, viene
lasciata spesso sola (per esempio nei suoi appelli contro il terrorismo, per la
difesa dei diritti umani o per la menzione delle radici cristiane dell’Europa
nella Costituzione della Ue). Del resto è la voce della Chiesa universale e non
può sostituire la presenza del laicato cattolico. Poi c’è la voce saggia del
candinal Ruini che parla a nome dei vescovi italiani. Ma il prelato - come ha
documentato Sandro Magister - da mesi è sottoposto a un pesantissimo attacco
dei cosiddetti «cattolici progressisti» (alcuni dei quali parlamentari del
centrosinistra). Un attacco che prendendo di mira il vicario del Papa sembra
puntare implicitamente contro lo stesso pontefice. Un attacco che vorrebbe
asservire la Chiesa alla sinislra politica nostrana e addirittura
all’ideologia noglobal.
Anche per questo sarebbe preziosa una forte e visibile presenza pubblica
dei veri cattolici, quella presenza che il cardinal Ruini aveva prospettato
lanciando, anni fa, il «progetto culturale». Certo, ci sono molte iniziative
meritorie (radio, agenzie di stampa, giornali, opere caritative), ma
occorrerebbe anche una presenza visibile nella vita pubblica. Movimenti una
volta vivi nella società sembrano defilati. E’ un’assenza, un vuoto che priva
il Paese di una realtà preziosa.
Parlo ovviamente delle voci autenticamente cattoliche per distinguerle
da coloro che si accodano (spesso ingenuamente) ai cortei noglobal a rimorchio
delle ideologie altrui. E per distinguerle da quelli che - se parli dei cristiani
perseguitati - ti ridono in faccia e ti accusano di essere asservito a
Berlusconi e Bush. Il cosiddetto «progressismo cattolico» degli intellettuali
poi è cosa vecchia e infeconda, divenuta residuale grazie al lungo magistero di
Giovanni Paolo II. Tuttavia, nel silenzio dei veri cattolici, sembrano loro il
mondo cattolico.
Eppure nella Chiesa ci sarebbe un ricco e vivace arcipelago di movimenti e associazioni, ma sembra star chiuso nelle sacrestie. Non si vede una forte presenza cattolica che sappia interloquire sui mass media e nelle università, nelle piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro, con le altre culture, che proponga suoi punti di vista originali e magari che difenda le ragioni della Chiesa (giacché di presunti cattolici che sui quotidiani scrivono solo per attaccare la Chiesa ce ne sono fin troppi).
Sembra che perfino nella difesa dei cristiani perseguitati i laici
siano più sensibili dei cattolici.
Faccio tre esempi - tutti e tre drammatici - di queste ore.
Il caso del Sudan – al di là della vicenda di Giuseppe - è tornato di
scottante attualità. La «guerra santa» proclamata venti anni fa dal regime islamico del Nord contro il Sud
cristiano e animista (guerra che ha già fatto due milioni di vittime, qualche
milione di profughi e migliaia di schiavi) proprio questi giorni pare
incendiarsi di nuovo nella provincia di Darfur dove migliaia di persone rischiano
di morire. A denunciare questa emergenza è stato il New York Times. Mi chiedo: esiste un mondo cattolico sensibile a
questa tragedia, disposto a farsi sentire, a sensibilizzare e mobilitare
l’opinione pubblica?
Un altro esempio. Nelle scorse ore si è riaperta un’altra piaga,
quella delle popolazioni Montagnard, sugli altipiani vietnamiti.
Anch’essi sono cristiani. Il regime comunista di Hanoi sostenuto dalla
Ue - da quando se ne sono andati gli americani - perseguita e massacra questa
gente. Specialmente nelle festività cristiane. Per la Pasqua di quest’anno pare
che l’attacco sia stato più drammatico del solito. Sembra che i morti, i feriti
e gli arrestati si contino a centinaia. Questo piccolo popolo cristiano che 30
anni fa era composto da due milioni di persone oggi è ridotto a circa 77Omila
individui. In Italia i radicali da anni fanno sentire la loro voce contro
questo genocidio. Ma non dovrebbero mobilitarsi soprattutto i cristiani? In
quante parrocchie italiane si è pregato per loro o si sono raccolti aiuti o
organizzate iniziative in loro difesa? Penso che la risposta sia avvilente.
Infine la sorte di centinaia di antiche chiese e monasteri del Kosovo. Sono stati il cuore della cristianità slava dei Balcani e sempre più spesso vengono presi d’assalto da gruppi albanesi, proprio quegli albanesi che pochi anni fa siamo andati a soccorrere. Alcuni intellettuali laici (come Mieli e Cacciari) hanno lanciato l’allarme: bisogna salvare quel patrimonio religioso e artistico. E i cattolici? C’è bisogno di loro. Chi e quando sveglierà i nostri cristiani dal loro sonno?